Comeeravam o spigolature dal testo ravanusa – IL Novecento tra storia e cronaca



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Sana22.06.2017
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Spigolature dal testo RAVANUSA – Il Novecento tra storia e cronaca

di Gina Noto e Diego Termini


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Per gentile concessione degli Autori da questo numero iniziamo la pubblicazione di alcuni brani del loro testo che ricostruiscono la storia della nostra realtà sociale e che portano alla luce aspetti e personaggi particolari, spesso sconosciuti alle nuove generazioni, che non debbono scomparire dalla nostra memoria perché testimonianza del cammino di crescita e di evoluzione della vita della nostra comunità.

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Le classi sociali a Ravanusa agli inizi del Novecento
Agli inizi del Novecento Ravanusa conta 12.110 abitanti. È un grosso centro e fa parte della provincia di Girgenti. Come tutti i paesi dell'entroterra siciliano vive di agricoltura estensiva (fave e frumento) con qualche vigneto, mandorleto e uliveto, e di pastorizia. Le miniere vicine di Trabia e Tallarita danno lavoro ad un modesto numero di persone assicurando loro una certa tranquillità economica.

Il paese sin dal 1600 faceva parte della baronia della famiglia Bonanno che in verità si interessava molto poco di esso preferendo come dimora Palermo e Canicattì. Le vaste estensioni di terreno in piccola parte sin dal 1700 venivano concesse dai baroni in terratico ed enfiteusi a persone di loro fiducia. Ciò consentì l'affermarsi ad una nuova classe sociale che nel corso del 1700-1800 si arricchisce sempre più ed acquistando terreni e case eleva il suo stato sociale, si preoccupa di fare studiare i figli avviandoli ad una professione prestigiosa o alla carriera ecclesiastica. Furono essi i sindaci, i giurati (oggi divenuti consiglieri comunali), a volte anche analfabeti ma arguti di mente, che ressero il nostro paese, tennero i rapporti con i Bonanno sino a quando Ferdinando II nel 1812 concesse la costituzione e abolì la feudalità. Da allora i nuovi signori acquistarono sempre più prestigio, si fregiarono del don comprando anche il titolo di barone. Le famiglie che a Ravanusa si distinsero o come proprietari terrieri o come professionisti furono: i Violella, i Gallo, i Gallo-Violella, gli Aronica, i Presti, i Curto, i Longo, i Vizzini, i Paternò, i Testasecca, i Galatioto e gli Attenasio. Alcuni di essi si trapiantarono in paese per aver contratto matrimonio con ragazze del luogo.


I Sillitti
Tra queste famiglie emersero i Sillitti le cui origini risalgono ad un certo Pier Corrado Sillitti di nobile famiglia spagnola e governatore di Girgenti nel 1426. I suoi numerosi figli si sparsero per tutta la Sicilia dando lustro e prestigio al casato. Un Ignazio Sillitti fu Giovanni, nato a Palermo nel 1736, laureato in medicina, sposa Giuseppina Collura di Campobello di Licata e nel 1802 acquista da Luigi Moncada Ruffo, principe di Paternò, 16 aratati di terra per 22.000 onze, il feudo di Giulfo e la Baronia di Ravanusa ma muore prima di prendere possesso della proprietà il 27 aprile 1803 a Campobello di Licata. Il figlio Giovanni (15/06/1764 - 18/03/1831) sposa nel 1802 Ignazia Gallo di Ravanusa e si investe del feudo di Giulfo divenendo barone di Ravanusa il 20 settembre 1803. Giovanni ebbe 14 figli ed uno di essi, Antonino, sposa Crocifissa Aronica di Ravanusa ed ebbe un solo figlio Giovanni nato a Campobello il 20/11/1813. Giovanni Sillitti Aronica nel 1837sposa Giulia Càfisi, nata il 18 agosto 1823 che gli dà dieci figli di cui sette viventi che si stabiliscono a Ravanusa. Il primogenito Antonino fu l'erede diretto del titolo di barone e si stabilì a Butera, gli altri oltre al don si investirono del titolo di cavaliere. I Sillitti Càfisi si posero nel primo gradino della scala sociale e pur essendo molti di essi imparentati con la “nobiltà censuaria” ravanusana si considerarono superiori trattando gli altri con alterigia e mantenendo le distanze. Diversi eredi di queste famiglie, oggi molto anziani, parlano dei Sillitti con il risentimento tramandato dai loro avi e non mancano di lanciare frecciatine sulla loro superbia. Debolezze umane che non possono non farci sorridere.

Ad essi facevano seguito i burgisi, proprietari di appezzamenti di terreno di minore estensione che riuscirono a rendersi indipendenti assicurandosi non solo la mangia ma, economizzando fino all'osso, estesero la loro proprietà divenendo anch'essi una classe di rispetto.

Infine vi erano i pochi impiegati, i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno, gli artigiani e li iurnatara, una gran folla di diseredati che vivevano nel più grande squallore perché avevano una prole numerosa da sfamare. Molto spesso si indebitavano e venivano spremuti dagli usurai con vero e proprio strozzinaggio. A questa realtà bisogna aggiungere i ladri, i briganti e la mafia; per i primi andavano bene anche i furtarelli di poco conto come uova, galline e persino una fascina di

legna da ardere che per questo venivano chiamati sacchinara; per gli altri il furto era più grosso perché andavano sull'aia a rubare il grano, negli ovili per rubare le pecore e nelle trazzere per rubare i muli, asini e giumente. C'erano poi li campieri, persone di fiducia dei Signori ma di fatto arroganti e prepotenti che vessavano la povera gente in vari modi tanto da essere definiti mafiosi. Tali furti molte volte sfociavano nel delitto. Chi possedeva un animale da soma poteva considerarsi ricco perché aveva uno strumento di lavoro, un mezzo di sopravvivenza. Il furto o la morte dell'animale era una grande calamità per il contadino e la sua famiglia, una sventura più grave persino della morte della moglie. Per il cuore indurito dalle privazioni i sentimenti venivano soffocati dalla ragione. Una donna in qualsiasi modo poteva trovarsi ma l'asino o il mulo perso non si poteva acquistare, il che significava la fame. (continua)








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