Michele olevano sul Tusciano



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ASFODELO

Associazione di volontariato per l’Educazione Ambientale



OLEVANO SUL TUSCIANO: grotta di S. MICHELE

  • Olevano sul Tusciano

  • Grotta di S. Michele

  • Itinerario

a cura di Giuseppina Moleta

Tel. 0817145681 - 3490692869

E-mail: ass.asfodelo@gmail.com

homepage: http://assoasfodelo.altervista.org/

OLEVANO SUL TUSCIANO
Olevano sul Tusciano, piccolo comune in provincia di Salerno, comprende le 3 frazioni di Ariano, Monticelli e Salitto. Il nome, derivato da “Olibanon”, letteralmente “olio del Libano”, fu introdotto dai Greci, mentre la specifica sul Tusciano, riferita all’omonimo fiume, fu aggiunta nel 1862.

La grotta di S. Michele Arcangelo sorge sulle pendici ovest del monte Raione (da Raia: stretta valle), denominato anche Sant'Elmo (corruzione di Sant'Eremo), o ancora, col nome classico di Montedoro (che traduce l'antico Mons Aureus dei documenti altomedievali), che domina la vallata dove scorre il fiume Tusciano. Lungo questo fiume, un’antica via univa l'Appia alla Popilia; ai due estremi troviamo due grotte, quella di M. Sant'Angelo del Gargano e quella di Olevano detta dell'Angelo, entrambe consacrate fin dai primi secoli del cristianesimo al culto di San Michele Arcangelo.


GROTTA DI S. MICHELE ARCANGELO
La grotta di, larga m 51, alta m 40, profonda circa km 1, è tra le più singolari, in quanto ben sette chiese sono state costruite al suo interno. Risalgono tutte al IX secolo e contengono degli affreschi stupendi. Non sarebbe azzardato dire che la grotta di Olevano, dedicata al culto di S. Michele Arcangelo, fosse il fulcro da cui si sarebbero staccati nuclei che diedero vita ad altri insediamenti come quello sui monti Alburni a S. Angelo a Fasanella, dedicato anch'esso a S. Michele. Delle sette cappelle una volta esistenti, solo cinque sono ancora intatte e presentano caratteristiche tali da costituire un interessante quesito nella documentazione della storia dell'architettura italiana medievale. Difatti, un elemento di rilievo è la novità delle impostazioni rispetto alle comuni chiese rupestri: mentre tra queste si trovano generalmente cripte-cappelle, cripte-chiese o cripte-altari, ricavate modellando il vano di una grotta o prolungando la cavità naturale con una costruzione che ad essa si collega e la completa, ad Olevano, invece, si hanno chiesette autonome, regolarmente edificate entro l’enorme cavità.

Il problema non è quindi soltanto di una primitiva spazialità interna, ma di un'architettura nel senso pieno del termine. Pertanto, questo grandioso complesso monumentale è stato riconosciuto da prestigiosi enti mondiali come uno dei patrimoni storici più belli, unico in Europa, inserito dal Word Monument Funds in una speciale classifica dei 100 più importanti monumenti al mondo "a rischio e da salvare".


Notizie storiche

Il periodo immediatamente successivo alla caduta dell’Impero Romano fu pieno di tumulti e sconvolgimenti e, pertanto, non si hanno documenti certi sulla datazione dell’insediamento originario dei monaci nella grotta di Olevano, né tantomeno sul tipo di regola seguita. Gli storici pensano che i monaci, certamente greci, bizantini, siano giunti poco dopo la caduta della denominazione longobarda; ciò sarebbe confermato dai temi trattati negli affreschi e dalle relative tecniche. La data del loro arrivo sarebbe quella del 725, quando a Costantinopoli iniziò una persecuzione contro i monaci-artisti, accusati di venerare idoli. Molti di essi, allora, si trasferirono nell’Impero Romano d’Occidente, rintanandosi in luoghi isolati e sicuri, dove poter vivere la propria vita spirituale senza alcuna distrazione. Nella maggior parte dei casi questi luoghi erano situati in località dove la popolazione era attratta dallo sfarzo e dall’aspetto dei monaci bizantini, con i loro cappelli cilindrici e le lunghe vesti nere. Quelli di Olevano erano detti “Basiliani”, perché seguivano la regola di S. Basilio.

Le prime notizie relative al santuario risalgono al decennio 860-870, quando in esso trovò rifugio il vescovo Pietro, incalzato dal principe longobardo di Salerno Guaifiero, che aveva appena rovesciato dal trono il fratello del presule, il principe Ademario. Qualche anno più tardi (870) la grotta era tra le mete di pellegrinaggio inserite negli itinerari di Terrasanta, insieme alle tombe degli Apostoli a Roma e a San Michele al Gargano, come attesta l' "Itinerarium Bernardi Monachi", che narra del pellegrinaggio di Fra' Bernardo in Terrasanta in compagnia di due monaci. “I pellegrini, tornando da Gerusalemme, si recano alla Grotta dell'Angelo, tra l'867 e l'870, per far visita all'abate Valentino, per riposarsi e pregare”. Ciò dimostra che la comunità monastica sul monte Aureo era ben conosciuta e godeva di una certa fama specialmente sotto il profilo religioso e devozionale. La visita di Papa Gregorio VII, ribadì tale importanza ed elevò la grotta a meta ambita non solo del popolo cattolico ma anche di storici e studiosi dell'arte.

Nel XII sec. iniziò una parabola discendente per l'antro olevanese, relegato ad una posizione marginale tra gli stessi santuari della diocesi. Guaimaro IV, nel 1035, espropriò i monaci di biblioteca, grotta, vigneti, campi coltivati e convento, e tutto fu dato alla Badia di Cava. Seguì una bolla pontificia, mandata da Stefano IX il 24 Marzo 1058, con cui si dava all’arcivescovo salernitano Alfano I la facoltà di eleggere vescovi suffraganei, con il divieto tassativo però di inserire nell’elenco i monaci di Olevano sul Tusciano.

Nasce qui la teoria con cui, una volta liberata dai monaci basiliani, la grotta fu occupata dai benedettini che ne avviarono la latinizzazione, segnandone però anche la decadenza. La loro presenza è accertata da alcuni affreschi, di età più recente.
Il santuario

Un'alta parete chiude l'ingresso dell'antro; da qui una gradinata, costruita sul pendio della collina interna, conduce ad un vasto piazzale sul quale prospettano due cappelle: l'una è quella detta dell'Angelo, nella quale sono conservati i ventinove affreschi dei cicli cristologico e petriano, l'altra è la chiesetta che reca sul frontone l'affresco della Madonna Hodighiatria. Tra le due, parte un sentiero che ha sulla destra uno scoscendimento nel quale è costruita una terza cappella. Poco più avanti restano dei ruderi dai quali non è possibile risalire alla pianta originaria. Il sentiero rapidamente s’inerpica su un secondo dosso collinare dove, a mezza costa, s’incontra una quarta cappella; proseguendo ancora, si giunge ad una quinta cappella, realizzata nel buio più assoluto.

Le costruzioni disseminate nella grotta sono chiamate “Martyria” cioè sepolcro dei martiri; sono divise in due vani, di cui il primo è la “Triclìa”, dove si celebrava il banchetto funerario, il secondo è il “Cubiculum”, la tomba vera e propria. Sono queste le caratteristiche delle più antiche tombe cristiane, ispirate alle tombe pagane, databili intorno al IV sec. Un saggio effettuato nei pressi dell'ultimo sacello ha consentito di mettere in evidenza un percorso semianulare costituito da un muro alto circa 80 cm, che si sviluppava lungo il fianco orientale del sacello. Tale percorso si arresta di fronte alla fenestella confessionis della chiesa, al di sotto della quale è stato rinvenuto uno scalino in muratura che fungeva da inginocchiatoio per il pellegrino che, giunto al termine del suo percorso, desiderava vedere o toccare le reliquie presso il presbiterio del sacello. Il pellegrino, poi, continuava il proprio cammino giungendo ad una piccola vasca realizzata nel braccio orientale della grotta, un manufatto che raccoglieva l'acqua stillante dalla volta, affiancata da una stalagmite sapientemente lavorata in modo da realizzare un fusto di colonna. Appare verosimile, che si considerasse l'acqua raccolta nella vasca portatrice di benefici effetti per i fedeli che ne avessero bevuto a conclusione del viaggio all'interno del profondo antro. All'altezza dell'ultimo martyrium, si notano due strane figure affioranti dalla terra; sono i raccoglitori dell’acqua stillante dalle stalattiti. Le gocce d’acqua calcarea erano raccolte in due grandi stalagmiti, svuotate per un diametro di circa 50 cm, con fori attraverso i quali l'acqua passava in una vasca di decantazione, da dove giungeva, attraverso una rete di canali coperti, a tre punti della grotta. E' un ingegnoso sistema di conche, evidentemente poste nei punti ove più intenso era ed è lo stillicidio, collegate da canali che trasportano l’acqua fino all'entrata della grotta, dove alimenta una fontana.

Gli affreschi che decorano le pareti sono tipiche iconografie bizantine, ma nuove ipotesi assegnano loro una totale matrice benedettina. Comunque il complesso monumentale fonde in un'unica espressione di fede l’architettura, orientale nella manifestazioni ideologiche e pratiche, e la decorazione che propone un'ipotesi benedettina.

Un prolungamento della grotta conduce in un antro, detto di Nardantuono, perché durante il Risorgimento, rifugio di una banda di briganti locali, a capo dei quali c'era Antonio di Nardo.
Leggenda

Uscendo dalla grotta si nota, di fronte sul monte opposto, un'altra caverna; secondo la leggenda questa caverna, angusta e scomoda, avrebbe ospitato l'Arcangelo Michele, mentre quella attuale avrebbe ospitato Lucifero. Un giorno Lucifero, per far dispetto al vicino, che risiedeva in una grotta poco adatta al suo rango celeste, lo invitò nella sua grotta, maestosa ed accogliente. Michele però non accettò la provocazione, anzi decise di impossessarsi della grotta, sferrando all’Angelo Nero un poderoso calcione nel sedere. Spiazzato da questa reazione, Lucifero precipitò a valle e, poggiando un zampa su un masso a mezza costa, lasciò una grossa impronta di forma caprina, ancora oggi visibile e detta "ciampa del diavolo".


ITINERARIO

Partendo dal piazzale della centrale Enel presso la  località Ariano in prossimità del fiume Tusciano, dopo circa 40 minuti, si raggiunge la "cella di S Vincenzo", abitazione dell'eremita custode della grotta. Adesso inizia un sentiero a gradoni con staccionata, lungo il quale s’incontra la “ciampa del diavolo”. Dopo circa 30 minuti di salita si raggiunge l'ingresso della grotta, dove seguirà la visita guidata all'interno. Dopo la visita, si riprende il cammino in discesa, fino ad un bivio dove si svolta per raggiungere il parco S. Michele (area attrezzata con panche e fontana). Da qui, si prende il sentiero Cai n° 110 che attraversa il suggestivo ponte dell'Angelo, dal quale si può godere della vista sulla valle del Tusciano. Proseguendo, s’incontra una cascata  artificiale, dovuta allo scarico dell'acqua in eccesso proveniente dal bacino che alimenta la centrale, dove termina  l'escursione.








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